<<Che a issos, no amus a esser mai>>.
A vint’annos, pigadu-est a su monte,
Nende peràulas importantes assài,
Chi daìant cunfortu a sa sua zente.
Et abberu già s’est cumportadu gai:
Pretendìat umanidade presente
Et sos ch’at guidadu in sas atziòne’ (s)
L’ant rispettadu, ant sàilvu natziòne.
A vint’annos, pigadu-est a su monte,
Nende peràulas importantes assài,
Chi daìant cunfortu a sa sua zente.
Et abberu già s’est cumportadu gai:
Pretendìat umanidade presente
Et sos ch’at guidadu in sas atziòne’ (s)
L’ant rispettadu, ant sàilvu natziòne.
🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Pigadu: salito.
Peràulas: parole.
Daìant: davano.
Abberu: davvero, realmente.
Pretendìat: pretendeva.
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| Dal sito https://www.istitutoeuroarabo.it Aristeo Biancolini |
🆂 Dai siti https://www.toscananovecento.it - chatgpt.com
Aristeo Biancolini è considerato una delle figure più lucide e coerenti del partigianato senese, legato in particolare all’area della Val d’Orcia e del Monte Amiata. Nato a Chianciano nel 1924 da una famiglia antifascista, maturò molto presto una forte opposizione al regime. A soli diciotto anni, già nel clima successivo all’8 settembre 1943, entrò nelle prime bande partigiane che si stavano formando tra Val d’Orcia e Val di Chiana, attive già dalla fine del novembre 1943. Operò in un contesto di Resistenza rurale e montana, caratterizzata da piccoli gruppi mobili, collegamenti tra paesi e azioni di sabotaggio contro infrastrutture strategiche nazifasciste. Tra gli episodi più noti della sua attività vi è il sabotaggio della centrale di amplificazione telefonica di Abbadia San Salvatore il 10 marzo 1944, azione significativa perché colpiva direttamente le comunicazioni militari dell’occupante e rientrava nelle operazioni di disturbo tipiche delle formazioni dell’Amiata. Accanto all’attività militare, le testimonianze su Biancolini mettono in evidenza anche una dimensione etica molto forte della sua esperienza partigiana. Emblematico è l’episodio della mancata fucilazione di un milite fascista, risparmiato dai partigiani per le sue condizioni familiari gravissime (moglie malata di tisi e quattro figli piccoli): un esempio che nelle sue stesse narrazioni veniva riportato senza retorica, come parte naturale delle scelte quotidiane della guerra di liberazione e non come eccezione eroica. Nel dopoguerra, coerentemente con il suo orientamento socialista, fu sindaco di Chianciano Terme e rimase per tutta la vita un testimone attivo della Resistenza. La sua narrazione si caratterizzava per uno stile sobrio e diretto, lontano da celebrazioni enfatiche, in cui alternava episodi di azione militare a momenti profondamente umani, insistendo sul significato morale della scelta partigiana. La sua figura è oggi ricordata anche attraverso la raccolta di testimonianze nel volume Non saremo mai come loro (a cura di Andrea Fantacci e Monica Tozzi), dove emerge l’idea centrale della sua esperienza: una generazione di giovani che scelse di rischiare la vita per costruire una società diversa, fondata su valori di libertà, giustizia e responsabilità civile. Con la sua morte si è perso uno degli ultimi testimoni diretti della Resistenza senese, particolarmente prezioso proprio per la capacità di raccontare la guerra partigiana come esperienza concreta, quotidiana e insieme profondamente etica.

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