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Abba cabidannita

Cun s'arvada sas barcas l'ant segada,
Chena pretender peruna vittòria,
Cun ebbìa sa justìscia antigòria
De ajuàre sa zente disgrasciàda
Et issa già lis at dadu sa glòria,
Frimmèndesi, pro su biàzu, pasada
Et at sonadu in mare s'ischìglia
Pro sa libertade de sa flottìglia!


🆅Dal sito http:https://www.isresardegna.org/vocabolario-casu
Cabidannita: settembrina, di settembre
Arvada: vomere
Ebbìa: soltanto
Antigòria: ancestrale, antica
Biàzu: viaggio
Pasada: calma
Ischìglia: campanella, campanaccio

🆆 Dai siti https://it.wikipedia.org/wiki - chatgpt.com
La “Global Sumud Flotilla” è un’espressione che viene usata nell’ambito dell’attivismo internazionale legato alla Palestina per indicare iniziative di solidarietà marittima organizzate da attivisti e ONG, con l’obiettivo dichiarato di portare aiuti umanitari a Gaza e richiamare l’attenzione sulla situazione della Striscia e sul blocco navale. “Sumud” è una parola araba che significa “resilienza” e “fermezza”, ed è spesso usata nella narrativa politica palestinese per indicare la resistenza quotidiana non violenta. Nella sua missione più recente (autunno 2025) è partita da vari porti del Mediterraneo con più di 40 imbarcazioni e centinaia di attivisti internazionali, con l’obiettivo di portare aiuti umanitari a Gaza e contestare il blocco navale. Durante la navigazione la flottiglia ha subito ritardi, problemi tecnici e condizioni difficili in mare: sono stati segnalati anche episodi di tensione e attacchi con droni in fasi precedenti della missione (durante la preparazione e la partenza). Quando si è avvicinata alla costa di Gaza, è stata intercettata dalla marina israeliana in acque internazionali, che ha fermato tutte (o quasi) le imbarcazioni. Gli attivisti sono stati arrestati e trasferiti in Israele per le procedure di espulsione o detenzione temporanea, mentre le navi sono state scortate e sequestrate prima di poter raggiungere Gaza.

A Elìa Zuseppe Abenaim

Custu ebrèu, in Germània est mortu
non ca fit malàidu o pro destinu
Ma ca da Ebraìsmu leaìat cunfortu
E de religiòne sighìat caminu.
L'at seberadu che giàu punti-tortu
su nazifascista sou agutzinu
De sos màrtires como est in musèo
trintases annos poi so nàschidu deo.

🆅Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Leaìat: prendeva, traeva.
Sighìat: seguiva.
Seberadu: scelto
Giàu: chiodo
Deo: io.

Dal sito https://www.anpi.it
La lapide che ricorda Abenaim


🆂 Dal sito https://www.anpi.it - chatgpt.com
- Nato a Livorno il 21 ottobre 1912, Elia Giuseppe Abenaim fu arrestato nell’agosto 1944 a Genova dalla polizia fascista, durante le persecuzioni contro gli ebrei, successive all’occupazione nazifascista dell’Italia settentrionale, per la sola ragione della sua religione ebraica. Dopo l’arresto fu incarcerato prima a Milano e poi nel campo di transito di Bolzano, utilizzato come snodo per le deportazioni verso i lager nazisti. Successivamente fu deportato ad Auschwitz, dove gli venne tatuato sul braccio destro il numero 199858 e dove fu sottoposto alle condizioni di lavoro forzato, alla fame e alle violenze del campo, che lo indebolirono gravemente. In seguito fu trasferito nel lager di Mauthausen, dove morì il 22 aprile 1945, pochi giorni prima della liberazione del campo.

A Elia Poglio

De Lace fit s'ultima testimonza,
Como chi est morta, no b'est prus niùnu
A nos dare-ammentu de gherra-'irgonza' (s)
Ch'ant fattu tedescos, unu pro unu.
Cun Folgor semper filonza - filonza,
Prus de una 'olta ant fattu geùnu.
Cun partigiànos s'est affiottada:
In mesu-'e sa morte s'est agattada.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Niùnu: nessuno.
Birgonzas: vergogne.
Filonza - filonza: da un'occupazione all'altra.
Geùnu: digiuno.
Affiottada: unita.
Agattada: trovata.

Dal sito https://www.quotidianopiemontese.it
Elia Poglio

🆆 Dai siti https://it.wikipedia.org/wiki - chatgpt.com
- La battaglia e strage di Lace si svolse sulla collina omonima, nel comune di Donato (provincia di Biella), ed è considerata uno degli episodi più drammatici della Resistenza nel Biellese durante la Seconda guerra mondiale. Nella notte tra il 29 e il 30 gennaio 1945, un reparto del presidio militare tedesco di Borgofranco d'Ivrea attaccò le baite dove si trovava il comando della "VII Divisione Garibaldi Piemonte" e della 76ª "Brigata Garibaldi". L’operazione fu resa possibile anche a causa di una delazione e colse i partigiani di sorpresa, mentre erano accampati nella zona innevata. Le truppe circondarono gli edifici, uccidendo alcune sentinelle e dando inizio a uno scontro a fuoco. Nel combattimento morirono alcuni partigiani, tra cui staffette e ispettori, mentre altri furono catturati. In totale due partigiani furono uccisi e dodici vennero fatti prigionieri, poi giustiziati a Cuorgnè nei giorni successivi. L’episodio è considerato uno dei più duri colpi subiti dalle "brigate garibaldine" in quella fase finale della guerra nel Nord Italia. Tra le figure legate alla memoria dell’evento è ricordata Elia Poglio, considerata l’ultima testimone diretta della battaglia e della strage di Lace. Fu moglie del partigiano Diego Prella, nome di battaglia “Folgor”, con il quale condivise tutta la vita tra impegno politico e civile. Oggi Lace è un luogo della memoria: sull’area delle vecchie baite è stato realizzato un monumento e ogni anno si svolgono commemorazioni in ricordo dei caduti della Resistenza.

Dal sito https://www.lastampa.it/biella
La lastra commemorativa che ricorda la strage di Donato Lace

A Czeslawa Kwoka

Chittida at tentu custa pisedda,
Dabòi de annos da-e cando est morta.
In cussa die no at tentu cuaredda,
Retrattos l'ant fattu de donzi sorta.
Pro su protzessu, sa sua animedda
At donadu proas cun manna isporta.
De fenolo l'aìant fattu puntura,
Ma sa giustìscia l'at torradu cura.

Dughentos chimbanta miza minores
In Auschwitz ant tentu bujores.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Chittida: rivalsa.
Pisedda: ragazzina, bambina.
Dabòi: dopo, poi.
Cuaredda: riservatezza.
Bujores: oscurità.

Dal sito https://it.wikipedia.org/wiki
Il famoso trittico fotografico ritraente Czesława Kwoka

🆆 Dai siti https://it.wikipedia.org/wiki - chatgpt.com
- Czesława Kwoka è stata una vittima polacca dell’Olocausto, nota per le fotografie che le sono state scattate dal detenuto Wilhelm Brasse durante la prigionia al lager di Auschwitz, dove fu deportata in quanto appartenente al gruppo etnico dei polacchi, perseguitato dai nazisti al pari degli ebrei. Czesława Kwoka nacque nel 1928 a Wólka Złojecka, un piccolo villaggio polacco, figlia di Katarzyna Kwoka, una donna cattolica, nata il 15 giugno 1893. Insieme a sua madre (prigioniera numero 26946), Czesława (prigioniera numero 26947) fu deportata da Zamość al campo di concentramento di Auschwitz il 12 dicembre 1942, nell’ambito delle deportazioni forzate della regione, collegate ai piani nazisti di espansione e colonizzazione dei territori polacchi. Poco dopo il suo arrivo ad Auschwitz, Czesława è stata fotografata dal giovane detenuto polacco Wilhelm Brasse, incaricato dai nazisti di fotografare tutti i prigionieri sia frontalmente che di profilo per la schedatura del campo. Questo lavoro faceva parte dell’apparato burocratico del sistema concentrazionario, che mirava a registrare e disumanizzare ogni internato attraverso l’identificazione fotografica. Le fotografie che la ritraggono sono divenute iconiche e sono state citate in vari libri e articoli, oltre che nelle numerose interviste fatte allo stesso Brasse. Poco tempo prima della liberazione del campo, gli fu ordinato di distruggere tutte le fotografie e i loro negativi, ma Brasse riuscì comunque a salvarne alcune dall’oblio, tra cui il trittico fotografico di Czesława. Le fotografie ritraenti Czesława Kwoka, con le relative didascalie che la identificano in base al nome, numero di matricola, data e luogo di nascita, data di morte e età alla morte, appartenenza nazionale, etnica e religiosa e data di arrivo al campo, sono attualmente esposte al Museo Statale di Auschwitz come parte di una mostra commemorativa permanente, intitolata “Block no. 6: Exhibition: Life of the Prisoners”, esistente dal 1955. Czesława Kwoka morì il 12 marzo 1943, all’età di 14 anni, meno di un mese dopo sua madre (18 febbraio 1943); le circostanze della sua morte non furono registrate, una prassi purtroppo comune soprattutto per i minori e i detenuti deceduti per violenza, malnutrizione o malattia nei campi. Czesława Kwoka fu una dei circa 230.000 bambini e ragazzi di età inferiore ai diciotto anni che furono deportati ad Auschwitz-Birkenau tra il 1940 e il 1945, molti dei quali non sopravvissero alle condizioni del campo. Brasse ricorda: «Per giorni dopo aver visto le fotografie, non potevo scrollarmi di dosso l'espressione della ragazza. Ha circa 14 anni e guarda direttamente la fotocamera. La ragazza è arrivata solo di recente al campo. Sul suo labbro inferiore c'è un taglio. I suoi occhi fissano direttamente l'obiettivo e la paura si tramanda da sola attraverso i decenni. Era così giovane e così terrorizzata. La ragazza non capiva perché fosse lì e non capiva cosa le stessero dicendo. Allora una donna Kapo (una detenuta sorvegliante) prese un bastone e la colpì in faccia. Quella donna tedesca stava solo sfogando la sua rabbia contro la ragazza. Una ragazza così bella, così innocente. Lei pianse, ma non poté fare nulla. Prima che la fotografia fosse scattata, la ragazza si asciugò le lacrime e il sangue dal taglio sul labbro. A dire la verità, mi sentivo come se fossi stato colpito io stesso, ma non potevo intromettermi. Sarebbe stato fatale per me. Non potevi dire assolutamente nulla.»

A Brunu Brandellero

<<Lassade a issos, cherides a mie:
So 'istadu deo a bos umiliàre.
L'appo arrestadu in mesu su nie
Et mancu l'appo fattu torturare.
De sas armas bostras m'at nadu, su die;
Cuss'uffitziàle no est de bantare>>.
Maneraz Cìccio lis at ammustradu,
Cun glòria-et bàliu, ma l'ant fusiladu.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Cherides: volete.
Bistadu: stato.
Nie: neve.
Die: giorno.
Bàliu: valore.

Dal sito https://biografieresistenti.isacem.it
Bruno Brandellero

🆆 Dai siti https://it.wikipedia.org/wiki - chatgpt.com
- Bruno Brandellero, nome di battaglia “Ciccio”, si inserisce nel quadro della Resistenza veneta dell’Alta Val Leogra, un’area particolarmente attiva tra il 1943 e il 1945 per la presenza di formazioni partigiane organizzate e per la durezza dei rastrellamenti nazifascisti. Operaio meccanico e successivamente militare, nel 1942 era stato chiamato alle armi e impiegato come sanitario militare; al momento dell’Armistizio di Cassibile lasciò l’ospedale militare di Monselice in cui prestava servizio ed entrò nelle file della Resistenza. Operò nelle formazioni partigiane dell’area Schio–Valli del Pasubio–Monte Pasubio, dove erano attive brigate di ispirazione garibaldina. In questo contesto la guerriglia era basata su piccoli nuclei mobili in ambiente montano, azioni di sabotaggio e recupero armi, oltre a scontri e imboscate contro presidi tedeschi e repubblichini. Brandellero assunse presto un ruolo operativo nonostante la giovane età. Tra le azioni a lui attribuite figura l’episodio del 3 giugno 1944, durante il quale riuscì a catturare un ammiraglio tedesco che viaggiava con la scorta a bordo di un automezzo. Viene descritto come combattente attivo in azioni di copertura durante gli scontri e i movimenti di ripiegamento delle bande in montagna. A metà giugno del 1944, durante un duro rastrellamento tedesco nella zona (con il supporto di reparti collaborazionisti), attirò su di sé l’attenzione del nemico, aprendo il fuoco e permettendo ai compagni di disimpegnarsi. Nel medesimo contesto venne catturato, sottoposto a interrogatori e torture: è noto il suo tentativo di proteggere la popolazione civile assumendo su di sé la responsabilità dei contatti tra civili e partigiani, dichiarando di aver costretto i civili a dare rifugio ai commilitoni per evitare rappresaglie. Venne fucilato il 26 giugno 1944. Per il suo ruolo nella Resistenza gli è stata conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. È ricordato nei percorsi della memoria resistenziale vicentina, in particolare tra i “Martiri della Val Leogra”, e il suo nome compare in iniziative commemorative e studi storici dedicati alla guerriglia partigiana nel territorio.

A Aristèu Biancolini

 <<Che a issos, no amus a esser mai>>.
A vint’annos, pigadu-est a su monte,
Nende peràulas importantes assài,
Chi daìant cunfortu a sa sua zente.
Et abberu già s’est cumportadu gai:
Pretendìat umanidade presente
Et sos ch’at guidadu in sas atziòne’ (s)
L’ant rispettadu, ant sàilvu natziòne.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Pigadu: salito.
Peràulas: parole.
Daìant: davano.
Abberu: davvero, realmente.
Pretendìat: pretendeva.

Dal sito https://www.istitutoeuroarabo.it
Aristeo Biancolini

🆂 Dai siti https://www.toscananovecento.it - chatgpt.com
Aristeo Biancolini è considerato una delle figure più lucide e coerenti del partigianato senese, legato in particolare all’area della Val d’Orcia e del Monte Amiata. Nato a Chianciano nel 1924 da una famiglia antifascista, maturò molto presto una forte opposizione al regime. A soli diciotto anni, già nel clima successivo all’8 settembre 1943, entrò nelle prime bande partigiane che si stavano formando tra Val d’Orcia e Val di Chiana, attive già dalla fine del novembre 1943. Operò in un contesto di Resistenza rurale e montana, caratterizzata da piccoli gruppi mobili, collegamenti tra paesi e azioni di sabotaggio contro infrastrutture strategiche nazifasciste. Tra gli episodi più noti della sua attività vi è il sabotaggio della centrale di amplificazione telefonica di Abbadia San Salvatore il 10 marzo 1944, azione significativa perché colpiva direttamente le comunicazioni militari dell’occupante e rientrava nelle operazioni di disturbo tipiche delle formazioni dell’Amiata. Accanto all’attività militare, le testimonianze su Biancolini mettono in evidenza anche una dimensione etica molto forte della sua esperienza partigiana. Emblematico è l’episodio della mancata fucilazione di un milite fascista, risparmiato dai partigiani per le sue condizioni familiari gravissime (moglie malata di tisi e quattro figli piccoli): un esempio che nelle sue stesse narrazioni veniva riportato senza retorica, come parte naturale delle scelte quotidiane della guerra di liberazione e non come eccezione eroica. Nel dopoguerra, coerentemente con il suo orientamento socialista, fu sindaco di Chianciano Terme e rimase per tutta la vita un testimone attivo della Resistenza. La sua narrazione si caratterizzava per uno stile sobrio e diretto, lontano da celebrazioni enfatiche, in cui alternava episodi di azione militare a momenti profondamente umani, insistendo sul significato morale della scelta partigiana. La sua figura è oggi ricordata anche attraverso la raccolta di testimonianze nel volume Non saremo mai come loro (a cura di Andrea Fantacci e Monica Tozzi), dove emerge l’idea centrale della sua esperienza: una generazione di giovani che scelse di rischiare la vita per costruire una società diversa, fondata su valori di libertà, giustizia e responsabilità civile. Con la sua morte si è perso uno degli ultimi testimoni diretti della Resistenza senese, particolarmente prezioso proprio per la capacità di raccontare la guerra partigiana come esperienza concreta, quotidiana e insieme profondamente etica.

A Arduìnu Nali

<<Pro no bider torra su disisperu,
Sos piseddos de oe tevent ischire;
Pro dare a ojos istreju meru
Et pro chi paghe pottant acchirire.
Pro chi appent remiru puru-et beru
De ratzas et fides; pro affortire
S'amistade de pòpulos et zentes>>.
Sos italiànos li sient riconnoschentes.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Disisperu: disperazione.
Piseddos: ragazzi.
Ischire: sapere.
Istreju: lontananza.
Acchirire: acquistare.
Remiru: rispetto.
Affortire: rinforzare.
Amistade: amicizia.

Dal sito https://www.polesine24.it
Arduino Nali

🆂 Dai siti https://www.polesine24.it - chatgpt.com
Arduino Nali (nato nel 1924) fu alpino e partigiano italiano, la cui vicenda è legata alla Resistenza e alla deportazione nazifascista durante la Seconda guerra mondiale. A 19 anni, nel contesto successivo all’armistizio dell’8 settembre 1943, scelse la lotta contro l’occupazione nazifascista e successivamente fu catturato dalle forze nemiche. Fu deportato nel sistema concentrazionario nazista e internato nel campo di concentramento di Mauthausen, uno dei principali Lager destinati ai deportati politici, ai resistenti e ai militari italiani catturati, noto per le condizioni estreme di detenzione, il lavoro forzato e l’altissimo tasso di mortalità. Riuscì a sopravvivere alla deportazione e nel dopoguerra tornò in Italia, esperienza che segnò profondamente la sua vita. Dedicò gran parte del suo tempo alla testimonianza pubblica, partecipando per decenni a incontri soprattutto nelle scuole e a commemorazioni istituzionali, con l’obiettivo di trasmettere alle nuove generazioni la memoria della deportazione e della Shoah. Il suo messaggio insisteva sulla necessità del ricordo e sul rifiuto dell’odio come fondamento della convivenza civile, sottolineando che la pace si basa sul rispetto di ogni persona indipendentemente da fede, appartenenza politica, condizione sociale o razza. In occasione di una delle sue partecipazioni al Giorno della Memoria ricevette la benemerenza civica “Adria riconoscente” da parte delle autorità cittadine, come riconoscimento del suo ruolo di testimone storico. Viene ricordato come una delle ultime voci dirette della deportazione nel territorio polesano, attivo fino a tarda età nelle iniziative commemorative. È documentato inoltre che la sua figura è stata ulteriormente onorata a livello locale con l’intitolazione della sezione ANPI di Adria a suo nome e, successivamente, con l’inaugurazione di una sede ANPI a lui dedicata nel 2023.

Bùvera

Pro Anna Heilman 

Su Sonderkommando bi fit pensende
A fagher arrumpellu in su campu;
Issa cun bùvera fit tribagliénde,
Cando a conca l’est bénnidu lampu.
De perder sa vida no fit timende,
Tantu da-e Auschwitz no bi fit iscampu:
Cun bùvera sua furru ant derruttu,
A su mancu-in-cue no nd’ant prus alluttu.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Bùvera: polvere da sparo.
Arrumpellu: ribellione, rivolta.
Tribagliènde: lavorando.
Bènnidu: venuto.
Furru: forno.
Derruttu: distrutto.
A su mancu: almeno.
Incùe: là.
Alluttu: acceso, infiammato.

Dal sito https://www.chesatottawa.ca
Un'immagine di Anna Heilman

🆆 Dai siti https://it.wikipedia.org/wiki - chatgpt.com
Anna Heilman (1928–2011) fu una sopravvissuta dell’Olocausto ed una delle figure della rete clandestina femminile di Auschwitz-Birkenau, che contribuì al sabotaggio della produzione di munizioni e alla preparazione della rivolta del Sonderkommando. Nata a Varsavia in una famiglia ebraica, visse in un’area poi inclusa nel ghetto vicino alla sede della ŻOB e partecipò al movimento giovanile Hashomer Hatzair; durante la rivolta del ghetto nel 1943 scelse di restare con i genitori, e pochi mesi dopo fu deportata con loro, prima a Majdanek e poi ad Auschwitz, dove i genitori vennero uccisi subito mentre lei e la sorella Estusia furono assegnate al lavoro forzato. Nel settore industriale del campo, nel Pulverraum, Anna e altre prigioniere svilupparono una rete di resistenza che secondo la sua stessa testimonianza nacque da una riflessione interna sulla possibilità concreta di sottrarre polvere da sparo già accessibile, iniziativa che si trasformò in un contrabbando sistematico verso il Sonderkommando, organizzato con estrema ingegnosità attraverso nascondigli nei vestiti, nei veli o persino sotto le unghie e con tecniche di dispersione durante le perquisizioni. In questa rete furono coinvolte anche Roza Robota, Ala Gertner, Regina Safirsztajn e altre donne come Rose Grunapfel Meth, Hadassa Zlotnicka, Marta Bindiger, Genia Fischer e Inge Frank, con Roza Robota in particolare in contatto diretto con il Sonderkommando. Il materiale sottratto contribuì alla preparazione della rivolta del 1944, culminata nell’esplosione del crematorio IV di Auschwitz-Birkenau, uno dei rari atti di insurrezione armata nei campi nazisti, repressa rapidamente ma simbolicamente decisiva. La rete fu poi scoperta quando Ala Gertner confidò informazioni a un ufficiale SS, e le principali coinvolte, tra cui Estusia Heilman, Roza Robota, Regina Safirsztajn e Ala Gertner, furono arrestate e torturate per mesi nel bunker del campo senza mai rivelare il nome di Anna né l’intera struttura della rete, limitandosi a indicare prigionieri del Sonderkommando già morti; il 5 gennaio 1945 furono impiccate pubblicamente ad Auschwitz, con l’intero campo femminile costretto ad assistere all’esecuzione, poche settimane prima della liberazione da parte dell’Armata Rossa. Anna sopravvisse, fu liberata nel 1945 e in seguito emigrò in Canada stabilendosi a Ottawa, dove ricostruì a memoria un diario polacco scritto ad Auschwitz poi confiscato e distrutto, trasformandolo decenni dopo con il genero Sheldon Schwartz nel libro Never Far Away: The Auschwitz Chronicles of Anna Heilman (2001), che vinse l’Ottawa Book Award nel 2002; la sua testimonianza è stata inoltre inserita nel film Improbable Heroes (2003) e legata alla memoria della Shoah anche attraverso eventi commemorativi allo Yad Vashem, rendendola una delle voci più importanti sulla resistenza femminile nei campi di sterminio. Dopo la liberazione, come spesso accadde alle sopravvissute di Auschwitz, Heilman ricostruì gradualmente la propria memoria personale partendo da frammenti scritti e ricordi traumatici, arrivando a rielaborare completamente il diario perduto durante una perquisizione nel campo. La sua testimonianza è considerata significativa anche perché rientra nel più ampio quadro delle poche forme di resistenza organizzata interne ai campi di sterminio nazisti, in particolare quelle che coinvolgevano il lavoro coatto nell’industria bellica delle SS e la collaborazione tra gruppi diversi di prigionieri (donne dei settori industriali e uomini del Sonderkommando), un elemento raro e altamente rischioso nel sistema concentrazionario di Auschwitz-Birkenau.

Caratzas

Pro Anna Còleman Ladd

De pedra et linna ant fattu faìnas
Chi sos annos, passende, lassant intrèas;
Ant balanzadu famas et sisinas,
Òperas chi mustrant artes et bidèas;
Ma che sas suas no ant sanadu ruìnas.
Anna, in logu, de gherra-a mossas feas
At dadu finittìa, chena nd'aer bantu:
Pro mutilados arte de refrantu.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Caratzas: maschere.
Linna: legno.
Intrèas: intere.
Balanzadu: guadagnato.
Sisinas: soldi, monete da 5 centesimi.
Bidèas: idee.
Sanadu: guarito.
Ruìnas: rovine.
Feas: brutte.
Finittìa: termine, fine.
Bantu: vanto.
Refrantu: sostegno, difesa.

Dal sito https://it.wikipedia.org
 Anna Coleman Ladd, nel suo studio, mentre dipinge una maschera,
indossata da un soldato francese sfigurato durante la prima guerra mondiale

🆆 Dai siti https://it.wikipedia.org/wiki - chatgpt.com
Anna Coleman Ladd (1878–1939) è stata una scultrice statunitense che unì una solida carriera artistica a un importante impegno umanitario, soprattutto durante la Prima guerra mondiale. Dopo aver studiato arte a Parigi e a Roma, nel 1905 tornò negli Stati Uniti e si stabilì a Boston, dove sposò il medico pediatra Maynard Ladd, con cui ebbe due figlie, Gabriella May e Vernon Abbott. In quegli anni proseguì la sua formazione alla Boston School e consolidò la propria attività artistica. Nel 1914 fu tra i fondatori della The Guild of Boston Artists e partecipò a diverse esposizioni, tra cui la grande Esposizione Internazionale Panama-Pacifico di San Francisco nel 1915. Tra le sue opere si trova Triton Babies, ancora oggi collocata nella fontana dei giardini pubblici di Boston. Si dedicò anche alla scrittura, realizzando il romanzo Hieronymus Rides e Candid Adventurer, oltre a due opere teatrali che però non vennero mai prodotte. In seguito abbandonò la produzione letteraria per concentrarsi sulla ritrattistica, realizzando tra gli altri il ritratto di Bette Davis e quello di Eleonora Duse, considerato uno dei tre ritratti che l’attrice accettava di concedere. Un passaggio decisivo della sua vita avvenne quando il marito venne trasferito a Parigi come medico della Croce Rossa Americana e lei lo seguì. In quel periodo entrò in contatto con Francis Derwent Wood, che a Londra aveva già avviato un dipartimento per le maschere destinate ai soldati sfigurati. Da questa esperienza nacque la decisione di aprire a Parigi uno spazio analogo, lo Studio per le maschere-ritratto. La sua attività si sviluppò in risposta diretta alle conseguenze della guerra, che aveva prodotto un numero enorme di soldati con gravi mutilazioni facciali, spesso esclusi dalla vita sociale per il rifiuto e il disagio che il loro aspetto provocava. Il lavoro di Ladd era estremamente preciso: studiava il volto danneggiato, ne realizzava un calco in gesso, argilla o plastilina e lo integrava con fotografie precedenti alla ferita per ricostruire la fisionomia originaria. Su questa base modellava una maschera in rame zincato, poi dipinta con colori il più possibile simili alla pelle del soggetto e rifinita con dettagli realistici come sopracciglia e baffi in capelli veri. Le maschere venivano fissate con lacci o applicate su occhiali, così da poter essere indossate quotidianamente. Queste protesi, pur con limiti nell’espressività, ebbero un impatto enorme perché permisero a centinaia di soldati di recuperare una parziale normalità sociale e soprattutto dignità personale. Per il valore umano e sociale del suo lavoro, le fu conferita la Legion d’Onore dallo Stato francese. Nel 1936 tornò con il marito a Boston, dove continuò a lavorare come scultrice e ritrattista fino alla sua morte nel 1939.

Claude Fournier

Pro Andrée Geulen

Una mastra, mariposa galana,
Bolende est galu in custu chelu:
Treghentas criaduras de ebrèa bama
At 'ardiàdu cun corriàtu anelu,
Ischirrièndelos da-e babbu et mama
(Galu s'idèa la ponet in disvelu).
Poi de s'inferru bi los at torrados:
A su masone los at abbamados.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Mariposa: farfalla.
Galana: aggraziata.
Galu: ancora.
Chelu: cielo.
Treghentas: trecento.
Criaduras: bambini.
Bama: branco, gregge.
'Ardiàdu: custodito.
Corriàtu: coriaceo, resistente.
Anelu: brama, ardore, anelito.
Ischirrièndelos: separandoli.
Disvelu: veglia.
Inferru: inferno.
Torrados: restituiti.
Masone: gregge, branco.
Abbamados: uniti in branco, in gregge.

Dal sito https://www.unadonnalgiorno.it/
Una foto di Andrée Geulen, riconosciuta Giusta tra le Nazioni.

🆂 Dai siti https://it.gariwo.net - chatgpt.com
Andrée Geulen era una giovane insegnante in una scuola a Bruxelles, quando un giorno alcuni suoi allievi si presentarono in classe con la stella gialla cucita sugli abiti. Era il 1942 e la stella gialla era obbligatoria per gli ebrei, non c’era molto da fare. Andrée Geulen era cattolica di nascita e atea per scelta, ma non poteva accettare questa umiliazione per i suoi studenti, e così chiese a tutti, ebrei e non ebrei, di indossare un grembiule, in modo da nascondere l’odioso segnale di discriminazione. Questo gesto è ricordato come una delle sue prime forme di resistenza quotidiana, in un contesto in cui a Bruxelles, sotto occupazione nazista, le misure antiebraiche si stavano progressivamente irrigidendo. Però le persecuzioni aumentavano, iniziavano le deportazioni e la professoressa Geulen capì che non poteva restare a guardare. E che non bastava un grembiule per coprire l’orrore che stava avanzando. Entrò nel Comitato di difesa degli ebrei: avevano bisogno di aiuto per nascondere i bambini ebrei e salvarli dalla deportazione e dalla morte. Non era un compito semplice, anche perché bisognava convincere i genitori a separarsi dai loro figli. Alcuni ragazzi venivano nascosti a scuola, altri venivano portati in posti sicuri, spesso famiglie cristiane, istituti religiosi o reti clandestine legate alla resistenza belga. In questo periodo Geulen assunse anche un’identità falsa, utilizzando il nome Claude Fournier, e si inserì in una rete organizzata che operava in segreto per evitare i controlli tedeschi. Una notte, in seguito alle denunce di qualche delatore pronto a vendere la vita di ragazzi innocenti, i soldati tedeschi irruppero nella scuola dove insegnava Andrée Geulen, e arrestarono la preside e tutti i ragazzi ebrei presenti. Questo tipo di retate era purtroppo una realtà frequente nelle scuole e nei luoghi di aggregazione dell’epoca occupata. Quando i tedeschi chiesero sprezzantemente alla professoressa Geulen: “Ma non ti vergogni a insegnare a degli ebrei?”, lei rispose: “E voi non vi vergognate a fare la guerra a dei bambini?”. Fortunatamente Andrée Geulen riuscì a sfuggire all’arresto, e corse ad avvisare tutti gli altri ragazzi ebrei. Nonostante la paura, da quel momento il suo impegno aumentò a dismisura: cambiò nome e divenne Claude Fournier, entrò in clandestinità e per più di due anni continuò a nascondere bambini e ragazzi ebrei presso famiglie cristiane o nei monasteri e conventi. A tutti loro cambiava nome e identità, ma per non perdere la possibilità di riconsegnarli un giorno alle loro famiglie, scriveva in codice tutti i nomi dei bambini e delle famiglie in liste che nascondeva poi accuratamente. Queste liste clandestine furono uno degli strumenti più importanti per il lavoro di ricostruzione dopo la guerra. Quando finalmente finì la guerra, Andrée Geulen non smise di occuparsi dei suoi bambini, questa volta facendo il lavoro inverso per rintracciare le loro famiglie, anche se molto, troppo spesso, delle loro famiglie d’origine non c’era più traccia. Secondo le testimonianze, l’intensa attività clandestina di Andrée Geulen riuscì a salvare circa 300 bambini e ragazzi ebrei. Nelle sue interviste, a distanza di anni, ha spesso dichiarato di soffrire ancora pensando ai momenti in cui era stata costretta a sottrarre i bambini dai loro genitori, senza poter dire loro dove li avrebbe portati. Nel 1989 è stata inserita tra i Giusti tra le Nazioni. Giusti tra le Nazioni. Andrée Geulen è deceduta a 100 anni. E fino alla sua morte, dichiarava con la lucidità di una giovane e con la saggezza dei suoi anni: “Quello che ho fatto è stato solo il mio dovere. Disobbedire alle leggi di allora era la sola cosa normale da fare”.

Chercu 'etzu

Pro Alcide Cervi

Bindi l’at fattu unu bellu-iscrittu
Cando Medàllia de-Onore l’ant dadu
Pro aer frantu da-e su coro s’attitu,
Pro aer meda Partigiànos aggiuàdu.
Parìat chi sa vida l’aìat beneìttu,
Fièru de sos ch’aìat sacrificadu:
Pensade chi l'ant mortu sette fizos,
Pro tottu vittimas de martirizos.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Chercu: quercia.
Frantu: allontanato.
Coro: cuore.
Attitu: piagnisteo.
Meda: molti.
Aggiuàdu: aiutato.
Parìat: sembrava.
Beneìttu: benedetto.
Aìat: aveva.
Mortu: ucciso.
Fizos: figli.
Martirizos: torture.

Dal sito https://www.collettiva.it
Alcide Cervi

🆂 Dal sito https://www.collettiva.it
Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1970 si spegne un uomo divenuto simbolo della Resistenza.
Contadino e partigiano, sopravvissuto alla prigione e allo sterminio dei suoi sette figli, spese l'intera esistenza a lottare perché il loro sacrificio non fosse stato vano.
La storia dei fratelli Cervi è la storia di un'esemplare famiglia italiana. Il nonno si chiamava Agostino, e fu uno dei capi della rivolta contro la tassa sul macinato nel 1869. Suo figlio, Alcide, aderirà giovanissimo al Partito Popolare ed alla Resistenza. Partigiani saranno anche i 7 figli di Alcide: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.
Il 26 luglio 1943, il giorno dopo le dimissioni di Benito Mussolini da capo del governo, la famiglia offrirà un pranzo a base di pasta a tutto il paese di Gattatico, per festeggiare. A raccontare quella prima pasta antifascista, condita con burro e formaggio, è lo stesso Alcide Cervi nel suo libro, pubblicato nel 1955 e tradotto in 9 paesi, I miei sette figli:
«Il 25 luglio» - scrive papà Cervi - «eravamo sui campi e non avevamo sentito la radio. Vennero degli amici e ci dissero che il fascismo era caduto, che Mussolini era in galera. Fu festa per tutti!». È Aldo, il terzogenito, che gli fa la proposta. «Papà» - gli dice - «offriamo una pastasciutta a tutto il paese». Ed Alcide accetta.
«Facemmo vari quintali di pastasciutta, insieme alle altre famiglie. Le donne si mobilitarono nelle case intorno alle caldaie; ci fu un grande assaggiare, per verificare la cottura, ed il bollore suonava come una sinfonia. Ho sentito tanti discorsi sulla fine del fascismo, ma la più bella parlata è stata quella della pastasciutta in bollore. Guardavo i miei ragazzi che saltavano e baciavano le ragazze e dicevo: “Beati loro, sono giovani e vivranno in democrazia, vedranno lo Stato del popolo. Io sono vecchio e per me questa è l’ultima domenica”».
Di lì a cinque mesi i suoi 7 ragazzi avrebbero invece perso la vita, fucilati dai fascisti, esposti alle rappresaglie delle camicie nere, probabilmente anche per colpa di quella pastasciutta, più potente di un manifesto politico.
Verranno arrestati il 25 novembre e incarcerati nel carcere politico dei Servi a Reggio Emilia. Rimarranno prigionieri fino alla mattina del 28 dicembre, quando saranno fucilati per rappresaglia.
Il papà Alcide, loro compagno di cella fino a quel 28 dicembre 1943, rimarrà prigioniero fino al gennaio dell’anno seguente, quando il carcere verrà bombardato dagli alleati. Tornato a casa, rimarrà ignaro di quello che era accaduto ai suoi figli per tutti i giorni della sua convalescenza. “Dopo che avevo saputo” - dirà – “mi venne un grande rimorso. Non avevo capito niente e li avevo salutati con la mano, l’ultima volta, speranzoso che andavano al processo e gliela avrebbero fatta ai fascisti, loro così in gamba e pieni di stratagemmi. Ed invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l’illusione, e mi hanno salutato sorridendo; con quel sorriso mi davano l’ultimo addio”.
Venuto a sapere dell’eccidio, papà Cervi riuscirà a ritrovare le tombe dei sette ragazzi solo tempo dopo. Dirà il giorno dei funerali, che si svolsero il 25 ottobre del 1945, quasi due anni dopo la loro morte: “Dopo un raccolto ne viene un altro, bisogna andare avanti… I miei figli hanno sempre saputo che c’era da morire per quello che facevano e l’hanno continuato a fare, come anche il sole fa l’arco suo e non si ferma davanti alla notte. Così lo sapevano i tanti partigiani morti, e non si sono fermati davanti alla morte. E ora essi sono con noi in questa terra di Emilia, dove le viti si abbracciano alle tombe, dove un lume e un marmo è la semente di ogni campo, la luce di ogni strada”.
Per il suo impegno partigiano e per quello dei suoi figli gli sarà consegnata la medaglia d’oro realizzata dallo scultore Marino Mazzacurati, che da un lato reca l’effigie di Alcide e dall’altro un tronco di quercia tra i cui rami spezzati brillano le sette stelle dell’Orsa.
"Mi hanno sempre detto” - dirà nell’occasione della consegna – “Tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta. La figura è bella e qualche volta piango. Ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo”.
La motivazione della consegna la scrisse il partigiano Bini (Giovanni Serbandini, fondatore assieme ad Aldo Bisagno Gastaldi, della Brigata e Divisione Garibaldi):

Come la Resistenza hai resistito,
Vecchia Quercia,
Che i tuoi sette rami
Gagliardi d’avvenire
Opponesti alla nera tempesta,
Tutti e sette insieme
In un’alba solo stroncati.
Come la Resistenza hai resistito,
Perché oggi i ragazzi italiani,
Sopra il tuo tronco nodoso,
In uno squarcio libero di cielo
Vedano
Sette stelle d’argento.

Le esequie di Alcide Cervi si svolsero a Reggio Emilia e furono un evento nazionale. Oltre 200.000 persone affolleranno le strade e la piazza dell’ultimo saluto. Gli rendono omaggio tutte le grandi personalità della politica e delle istituzioni legate alla storia antifascista, ma anche tanta, tantissima gente comune.

Dik

Pro Albo Sansovini

Rejone de Dik est galu dudosa,
Si abberu-òmine fit de osadìa;
Ma tzerta est, in logu, sa sua losa:
A curtzu Bologna, no est affaltzìa.
L'ant mortu fascistas, zente odiòsa,
Ca attentadu-aìat a sa tirannìa
De unu cabu, cun Gap de Cesena;
Sàmbene pitzinnu in donzi vena.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Rejone: argomento.
Dudosa: dubbiosa.
Osadìa: prepotenza.
Losa: sepoltura.
A-curtzu: vicino, presso.
Affaltzìa: falsità.
Mortu: ucciso.
Aìat: aveva.
Cabu: capo.
Sàmbene: sangue.
Pitzinnu: ragazzo, giovane.

Dal sito https://memorieresistenti.it
Una foto di Albo Sansovini, dal Fondo Anpi- Istituto Parri, Bologna.

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Albo Sansovini nacque a Forlì il 3 gennaio 1925, secondo di quattro figli di Francesco. Era residente in città, nella frazione di Villa Ronco e faceva l’operaio. Fu riconosciuto partigiano dalla “Commissione regionale riconoscimento qualifica partigiani Emilia-Romagna” dal 10 settembre ’43, quando si avvicinò alla Resistenza, aderendo poi all’8ª brigata Garibaldi ed assumendo come nome di battaglia Dick, nel gruppo comandato da Libero, cioè Riccardo Fedel, un discusso capo partigiano di origine triestina, la cui vicenda, in tutte le sue pieghe, rappresenta ancora oggi un argomento caldo per gli storici che si occupano dei temi relativi alla Resistenza in Romagna. Fedel, infatti, fu aspramente criticato per la condotta dei suoi uomini, per i rapporti con l’organizzazione complessiva delle forze partigiane e per la sua etica resistenziale, da alcuni suoi compagni messa in dubbio, tanto che pare ormai assodato che fu ucciso da alcuni di loro. Albo Sansovini, finchè rimase con Libero, fu operativo nella zona di Pieve di Rivoschio e Santa Sofia, dove con alcuni compagni, tra l’altro, fu incaricato di una missione di rifornimento di armi che non arrivarono mai a destinazione, secondo alcuni per superficialità ed imprudenza, ma anche perché i partigiani furono intercettati da un reparto fascista. Passò successivamente in pianura ai primi di gennaio del ‘44, entrando a far parte dei GAP cesenati. Coinvolto nell’attentato al vice segretario del fascio di Cesena, Pier Francesco Moreschini, fu ferito e catturato. Arrestato a Casola Valsenio (prov. di FO) il 15 aprile 1944, poi rinchiuso nel carcere di Forlì, fu torturato a lungo nell’intento di farlo parlare. In seguito, il 5 giugno, fu trasferito a Bologna, a san Giovanni in Monte a disposizione del comando SS. Con lui furono portati a Bologna anche altri partigiani romagnoli (Bertaccini e Ghelfi), che poi saranno tra le vittime di un altro eccidio, quello di Cibeno, nei pressi di Carpi. Albo, invece, con i partigiani modenesi ricordati sopra, verrà fucilato al Poligono di Tiro di Bologna il 26 giugno 1944, a diciannove anni.

Ada

Pro Ada Tagliacozzo

M’ammento cantu mi piaghìat drommire
In domo de tia mia, sende minore.
Ma deo fortuna potto acclarire,
De sos fascistas no aìa timore.
A Ada, l’ant dadu-ite affliggire
Sa ratza sua et su sou aggressore
Da-e sa domo de sos giàjos l’at leàda,
Giùtta a Auschwitz, no est prus torrada.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Ammento: ricordo.
Piaghìat: piaceva.
Domo: casa.
Sende: essendo.
Acclarire: dichiarare.
Aìa: avevo.
Giàjos: nonni.
Leàda: presa.
Giùtta: portata.

Dal sito https://www.ancientfaces.com
Ada aveva solo 8 anni quando venne assassinata
ad Auschwitz-Birkenau il 23 ottobre 1943

🆂 Dal sito https://moked.it - chatgpt.com
Ottanta anni fa, alle 5.30 del mattino di sabato 16 ottobre 1943, le SS invadono le strade del Portico d’Ottavia, arrestano 1023 ebrei romani che furono caricati, due giorni dopo, su ventotto vagoni piombati partiti dalla stazione Tiburtina, con destinazione Auschwitz. Fra quei 1023 ebrei di Roma, c’erano anche 244 bambini fra cui un neonato di appena sette giorni: era nato al Collegio Militare di via della Lungara a Roma, a poche ore dal rastrellamento del 16 ottobre. La più anziana di quel trasporto si chiamava Rachele Livoli e aveva 90 anni. Di tutti i 1023 deportati, solo 149 uomini e 47 donne furono immessi nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau e di essi si salvarono soltanto in 16. Tra le drammatiche storie di quel terribile 16 ottobre voglio ricordare quella di Ada Tagliacozzo, menzionata nel libro di Gianfranco Moscati, Documenti e immagini dalla persecuzione alla Shoah. Ada Tagliacozzo nacque a Roma il 23 gennaio 1935. Viveva a Roma in via Salaria, con i genitori e due fratellini. Nell’appartamento di fronte al loro abitavano la nonna e lo zio Amedeo che la coccolavano e la facevano sentire la piccola principessa. E così, anche quel venerdì sera del 15 ottobre 1943, la piccola Ada aveva dato la buona notte ai genitori ed era andata a dormire nel grande lettone di nonna Eleonora. All’alba arrivarono i tedeschi: l’indirizzo era preciso. Ada fu portata via con lo zio e la nonna, e sette giorni dopo di lei non c’era più niente. Sulla porta dell’appartamento dei genitori non c’era nessun nome e i cacciatori di ebrei passarono oltre. Papà Arnaldo riuscì a mettere in salvo i bambini e la moglie, prima di essere venduto ai nazisti da un conoscente. La mamma Lina attese per anni che almeno Ada tornasse, ma nessuno fece ritorno da Auschwitz. Dopo l’arresto nel rastrellamento e il successivo trasferimento nei giorni successivi verso Auschwitz-Birkenau, il convoglio arrivò il 23 ottobre 1943. Come avvenne per la maggior parte dei bambini di quel trasporto, Ada venne uccisa subito dopo l’arrivo nel campo, senza essere immatricolata. 

Corvu

Pro Abramu Simonini

Corvu, dae sas bidèas de libertade,
As seberadu su malu caminu,
Pro nde gosare in s’antzianidade
Et pro aer coro pàsidu in sinu.
Ma dies si mustrant de asperidade
Et galu, pasu no as pro destinu.
Bisonzu-amus de animosa zente
Pro-ammentare sa vida Resistente.

🆅 Dal sito http://vocabolariocasu.isresardegna.it/lemmi.php
Corvu: corvo.
Bidèas: idee.
Seberadu: scelto.
Gosare: godere.
Pàsidu: calmo.
Galu: ancora.
Ammentare: ricordare.

Dal sito https://www.facebook.com/anpigenova
Abramo Simonini, nome di battaglia Corvo.

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Abramo Simonini, conosciuto con il nome di battaglia “Corvo”, è stato un partigiano del Levante ligure, attivo durante la Seconda guerra mondiale nella Resistenza contro l’occupazione nazifascista nell’area del Tigullio, in provincia di Genova. Le fonti pubbliche non riportano in modo dettagliato la sua appartenenza a una specifica brigata o le singole azioni militari, ma è ricordato come combattente della Resistenza ligure, inserito in quel vasto movimento partigiano che operò tra costa ed entroterra, in collegamento con le formazioni attive nel territorio genovese e appenninico. Nel dopoguerra, Abramo Simonini ha mantenuto un forte legame con i valori della lotta di Liberazione. È stato infatti una figura di riferimento dell’ANPI di Lavagna, di cui è stato Presidente della sezione cittadina e successivamente Presidente Onorario dal 2016. In questo ruolo ha contribuito alla trasmissione della memoria della Resistenza, partecipando alle iniziative commemorative e alla diffusione dei suoi valori, soprattutto tra le nuove generazioni. Alla sua scomparsa, avvenuta all’età di 93 anni, la Sezione ANPI di Lavagna lo ha ricordato con profondo cordoglio, sottolineando il valore della sua testimonianza e del suo impegno civile. Nel messaggio di commiato si richiama anche una riflessione attribuita a Fulvio Cerofolini, che evidenzia il senso della scelta partigiana: «Unicamente mossi da un ideale di libertà e democrazia, hanno scelto la difficile via della lotta armata. C’è ancora bisogno di voi! Occorre trasmettere i valori della Resistenza per conservare la memoria che troppo spesso viene distorta e fare emergere la verità intorno a quello che fu la Resistenza. Dite ciò che avete fatto e soprattutto perché lo avete fatto, per difendere un ideale di giustizia e di libertà». Nel ricordo dell’ANPI, Abramo “Corvo” Simonini viene descritto come parte di quella generazione di partigiani che ha scelto la lotta per la libertà e che, nel dopoguerra, ha avuto il compito di custodire e trasmettere la memoria di quella scelta. La sezione lo saluta con affetto e riconoscenza, affidandone il ricordo alle parole simboliche della Resistenza: “Bella ciao, Abramo”.

A duas boghes